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AFGANISTAN

Un altro Afganistan - 21 ottobre 2001

"DOMANI" di Vauro


C'è una parola che ho imparato qui nel Panshir, in lingua Pharsi, è "Fardò": domani. Me l' ha insegnata Koko Jalil, l'anziano padrone della casa dove vive Gino ad Anabah. L' inverno si sta avvicinando, anche se le giornate sono ancora calde e luminose, la sera giunge presto colando oscurità dalle alte montagne che circondano la valle del Panshir. La notte assorbe nel silenzio i suoi paesaggi superbamente belli. Ma ora il silenzio è rotto dal rumore dei bombardieri di alta quota che vanno a bombardare Kabul, Kandahar, Bagram, o Mazar-i-Sharif. Nemmeno la notte riesce più a coprire la voce della guerra, come il giorno svela che i paesaggi superbamente belli nascondono mine, ostentano macerie di povere case, tende di rifugiati, una miseria che avvolge tutto e tutti come la polvere sottile e asciutta sollevata dai venti d' estate. E' difficile, guardando gli occhi stupendi dei bambini resi opachi dalla fame o dalle malattie, sapendo che uno su quattro di loro scomparirà, prima di aver compiuto cinque anni, portato via dalla guerra o dalla miseria, credere che in questo paese, dove il tempo si è fermato rendendo eterna l' ora della paura, ci sia un domani. Montagne di danaro vengono investite per aggiungere guerra a guerra, in strumenti di morte, quelli che ora volano invisibili nel cielo. Giù, alle case di fango, arriva solo il rumore dei loro motori lontani o il fuoco improvviso delle loro bombe che lacerano la carne. Le risorse investite in civiltà, in amore sono molto meno, infinitamente meno, ma non bruciano in un attimo come le esplosioni delle bombe, restano, crescono, entrano ad interrompere l' orizzonte della miseria come le mura bianche dello ospedale di Emergency qui ad Anabah o laggiù a Kabul. Forse, nonostante l' ostinazione, la caparbietà nell' esserci, nell' essere qui ad aiutare, ma anche a testimoniare l' esistenza di un altro occidente, meno lontano dei bombardieri di alta quota, di Gino, Kate, Marco, di tutto il personale di Emergency, l'Afghanistan non ha un domani, ma i Farid le Asilla, i Jalil, le Fahima, i tanti bambini, donne, uomini, strappati alla morte dal loro lavoro sì, un domani ce lo avranno, ce l' hanno.



ISRAELE E PALESTINA

SA'ID Abdulhakim Abu Samra


Il ragazzo palestinese che abbiamo affidato per 12 mesi con il ricavato della cena di solidarietà palestinese il 30 novembre 2002.

"Nella casa di Sa'id c'è solo l'anziana nonna che non sente molto bene; ci vengono in aiuto un cugino ed un amico che vanno a cercare i fratelli del ragazzo. E' con loro che parliamo, sono due ragazzi dall'aria serena che ascoltano interessati il progetto Gazzella e le informazioni che gli diamo sull'Associazione italiana che aiuta il fratello, gli consegniamo la lettera ricevuta in Italia. Di Sa'id ci dicono che è stato ferito nel novembre 2000 dalle schegge di proiettili dum dum sparati dai soldati israeliani in risposta alla sassaiola scoppiata durante i funerali di una vittima palestinese. Ora Sa'id sta un po' meglio e ha ripreso la sua vita normale; quest'anno ha terminato la decima classe." - dalla relazione di Giovanna e Luisa di Gazzella che hanno visitato Sa'id nella missione in Palestina a luglio 2003"

Associazione "Narni per la Pace" Gazzella Onlus
Torre Civica - P.zza San Bernardo tel e fax 0686326642
NARNI - tel 0744 726804
http://gazzella-onlus.com





Lettera di Mario Weinstein, soldato israeliano che si è rifiutato di servire nella Palestina occupata, da una prigione militare in Israele.
( 1992)


" Se la nostra politica fa si, o può far si, che un soldato in uniforme prenda di mira con il suo fucile un ragazzino di 10 anni, anche se poi quel soldato non spara, vuol dire che si tratta di una politica interamente sbagliata che deve essere respinta con disgusto e cambiata. La discussione sui torti o le ragioni è, a questa punto, irrilevante. Ci sono situazioni assolute che niente al mondo può rendere relative. Un soldato armato a confronto con un ragazzino è una di queste situazioni e ciò che ha condotto ad essa, i termini e le ragioni dello scontro sono questioni che non incidono sulla inequivocabile erroneità"
 
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